Negli ultimi mesi del 2026 le segnalazioni di telefonate sospette con richiesta di rispondere “sì” sono tornate a crescere, soprattutto su numeri mobili e fissi domestici. Molti italiani raccontano la stessa scena: uno squillo da un prefisso insolito, una voce che fa una domanda banale (“Mi sente?”, “È il signor…?”) e, appena pronunci il tuo “sì”, la chiamata si interrompe di colpo.
Prefissi sospetti e finta “registrazione vocale”: cosa sta davvero succedendo
Secondo gli aggiornamenti pubblicati da AGCOM e dalle campagne di sensibilizzazione della Polizia Postale, non esiste una “magia” per cui un semplice “sì” possa svuotare il conto in banca in automatico. Il rischio reale nasce da come quella registrazione può essere riutilizzata.
Gli schemi più segnalati in queste settimane sono due. Il primo riguarda chiamate da prefissi internazionali poco comuni (ad esempio +216, +373, +252, +234), spesso visualizzati sul display con numeri molto lunghi e irregolari. Lo scopo è far restare la vittima al telefono il più possibile, generando tariffe extra o attivazioni di servizi a valore aggiunto. Il secondo schema sfrutta il tuo “sì” registrato per simulare un consenso: viene poi montato in modo artificiale e collegato a frasi come “sì, confermo l’attivazione del servizio”, usato in contesti di contratti telefonici o di fornitura luce e gas.
Le associazioni dei consumatori, come Altroconsumo e Codacons, hanno segnalato all’Antitrust (AGCM) casi in cui utenti si sono trovati con nuovi contratti non richiesti, spesso con operatori di telefonia o energia, dopo aver ricevuto chiamate commerciali aggressive. In molti reclami, il “sì” pronunciato a inizio chiamata è stato presentato come prova di consenso.
Un dettaglio pratico che ricorre nelle testimonianze: la voce all’altro capo sembra leggermente in ritardo o metallica, come se arrivasse da un sistema automatico VoIP; spesso l’operatore pronuncia il tuo nome in modo innaturale, con una pausa strana prima o dopo il cognome. Sono indizi che dovrebbero farti immediatamente alzare le antenne.
Cosa fare nei primi 10 secondi quando vedi un prefisso che non conosci
Quando sul display compare un prefisso che non riconosci, soprattutto se internazionale, la prima regola è non farti prendere dalla curiosità. Se decidi comunque di rispondere, i primi 10–15 secondi sono decisivi per capire se si tratta di una chiamata legittima.
Appena senti la voce, invece di dire “pronto” o “sì”, puoi restare in silenzio per 2–3 secondi e ascoltare. Se dall’altra parte c’è un rumore di call center (mormorio di fondo, tastiere, squilli) e una voce che insiste con frasi come “Mi sente?” o “È il titolare dell’utenza?”, è un segnale tipico delle campagne aggressive. In quel caso è meglio chiudere la chiamata senza rispondere affermativamente e bloccare subito il numero sul telefono.
Puoi anche usare una frase neutra, ad esempio: “Chi parla? Da dove chiama?”. Se l’operatore evita di identificarsi chiaramente o cita in modo vago “ufficio commerciale”, “servizio clienti” senza nominare un brand preciso (come TIM, Enel Energia, Iliad, PostePay), è un altro campanello d’allarme. Presta attenzione al tono: se la voce accelera o alza il volume appena tenti di fare domande, è un segnale di scarsa trasparenza.
Per ridurre il rischio in modo strutturale, molti esperti di sicurezza digitale consigliano di attivare le funzioni di filtro chiamate spam presenti su Android e iOS e, quando possibile, di usare app che segnalano i numeri già etichettati come call center o truffe. Dopo 2–3 giorni di utilizzo noterai sullo schermo etichette come “possibile spam” o “call center”: non sono infallibili, ma aiutano a riconoscere i tentativi più grossolani.
Ecco alcuni accorgimenti chiave da tenere sempre a mente:
- Non richiamare mai numeri internazionali sconosciuti che hanno fatto solo uno squillo.
- Non dire “sì” a domande generiche come “Mi sente?” o “È lei il titolare?”.
- Chiedi sempre l’identificazione completa di operatore, azienda e motivo della chiamata.
- Interrompi la conversazione ai primi segnali di pressione o fastidio.
Come difendere conto corrente e identità digitale se temi di essere caduto nella trappola
Se hai risposto “sì” e hai il sospetto di essere stato registrato, il primo passo è osservare per 24–48 ore eventuali cambiamenti: SMS di conferma contratti, email inaspettate da operatori, notifiche di accesso ai servizi bancari. Se noti qualcosa di anomalo, è fondamentale contattare subito la tua banca o l’emittente della carta (ad esempio Intesa Sanpaolo, UniCredit, Poste Italiane) usando il numero ufficiale stampato sulla carta o sul sito, mai quello ricevuto via SMS o in chiamata.
Dal punto di vista pratico, in filiale o tramite assistenza ti verrà chiesto di controllare insieme i movimenti delle ultime ore: se compaiono addebiti sconosciuti, puoi bloccare immediatamente la carta e chiedere l’apertura di una contestazione. In parallelo, è utile cambiare le password dei servizi più sensibili (home banking, email principale, SPID) scegliendo combinazioni più lunghe, con almeno 12 caratteri, e attivando l’autenticazione a due fattori dove non è già attiva.
Per quanto riguarda i contratti non richiesti, l’ARERA e l’AGCOM ricordano che hai diritto a recedere senza costi se dimostri di non aver dato un consenso informato. In pratica, appena ricevi una comunicazione di attivazione sospetta, dovresti inviare entro pochi giorni un reclamo scritto (PEC o raccomandata A/R) all’azienda, specificando data e ora della chiamata e dichiarando di non aver autorizzato alcun cambio di fornitore.
Un trucco poco noto ma molto efficace è registrare tu stesso, con carta e penna vicino al telefono, data, ora, numero chiamante e nome dichiarato dell’operatore ogni volta che ricevi proposte commerciali indesiderate. Questi dettagli, riportati con precisione di minuto, hanno spesso fatto la differenza nei procedimenti davanti al Corecom regionale, permettendo ai consumatori di far annullare contratti attivati in modo scorretto.
