Nel dibattito arbitrale di queste settimane un episodio come il contatto su Ricci in Milan-Inter diventa immediatamente un caso di scuola: non solo per il potenziale rigore non concesso, ma per la gestione del VAR e il ruolo dell’arbitro in campo.
Perché l’episodio su Ricci pesa più del singolo rigore
Il punto sollevato da Mauro Bergonzi, ex arbitro di Serie A e oggi voce tecnica per diverse emittenti sportive italiane, è netto: di fronte a un contatto così evidente in area, la mancata “on field review” rappresenta un errore di sistema, non solo del singolo direttore di gara.
Nel protocollo IFAB aggiornato e applicato anche in Serie A TIM nel 2026, il VAR deve intervenire quando c’è un “chiaro ed evidente errore” in situazioni di rigore, gol, cartellini rossi diretti e scambi di identità. Se, come sostiene Bergonzi, il fallo su Ricci rientra in questa casistica, la domanda diventa inevitabile: perché il VAR non ha richiamato l’arbitro Doveri al monitor?
Secondo le ricostruzioni apparse su testate come La Gazzetta dello Sport e i portali specializzati che analizzano frame per frame gli episodi, il contatto presenta tre elementi che, in teoria, dovrebbero far scattare il campanello d’allarme in sala VAR:
- Impattto chiaro sulla gamba del giocatore, con cambio visibile di appoggio.
- Palla non giocata in modo pulito dal difendente.
- Dinamica frontale facilmente leggibile dalle telecamere principali.
Quando questi tre fattori si combinano, la prassi consolidata nelle ultime stagioni di Serie A – confermata anche dai report tecnici della FIGC – AIA – è quella di suggerire almeno una revisione a bordo campo. Il fatto che ciò non sia avvenuto alimenta la percezione di incoerenza: in partite meno “pesanti” episodi simili vengono spesso rivisti, mentre in un big match come Milan-Inter la soglia di intervento sembra essersi alzata.
La linea sottile tra “chiaro errore” e interpretazione: dove si è inceppato il Var
Il nodo, in questo periodo, è proprio l’interpretazione del concetto di “chiaro ed evidente errore”. Gli addetti ai lavori spiegano che il VAR non deve riarbitrare la partita, ma solo correggere sviste manifeste. Il problema è che, in casi come quello di Ricci, ciò che per un ex arbitro come Bergonzi è “rigore netto”, per chi è in sala VAR può apparire come un contatto “di gioco” al limite.
Negli ultimi mesi, secondo i dati di riepilogo pubblicati dalla Lega Serie A, il numero di interventi VAR è leggermente calato rispetto alle stagioni precedenti, proprio per la richiesta – arrivata anche dall’UEFA – di ridurre le interruzioni e lasciare più responsabilità alla decisione sul campo. Questa tendenza, però, genera un effetto collaterale: episodi grigi vengono lasciati correre, e quando le immagini mostrano un impatto evidente, la fiducia degli appassionati nel sistema ne esce indebolita.
Un aspetto tecnico spesso sottovalutato è il tempo reale a disposizione: in sala VAR, gli arbitri hanno pochi secondi per scegliere gli angoli migliori, rallentare, tornare indietro. Se il primo replay non evidenzia in modo “plateale” il fallo, può scattare la decisione di non intervenire, soprattutto in match ad alta intensità come un derby o una sfida scudetto a San Siro, con rumore di fondo altissimo e ritmo di gioco elevato.
Un piccolo trucco operativo che alcuni ex VAR hanno raccontato a microfoni spenti è l’uso sistematico, nei casi di contatto in area, di due velocità di replay: una quasi in tempo reale per valutare la naturalezza del movimento, e una al rallentatore per cogliere l’impatto sulla gamba o sulla caviglia. Se una di queste due letture manca, aumenta il rischio di sottovalutare il fallo.
Implicazioni per arbitri, club e tifosi: cosa può cambiare dopo le critiche
Quando una figura come Bergonzi parla di “errore grave del VAR”, il messaggio arriva diretto non solo ai tifosi di Milan e Inter, ma anche alle stanze della Commissione Arbitri Nazionale. Critiche così esplicite, in questi giorni, spingono spesso a:
- Revisionare internamente l’audio VAR per capire la dinamica del confronto con l’arbitro.
- Usare l’episodio in riunioni tecniche come esempio di cosa richiamare e cosa no.
- Valutare, in prospettiva, una maggiore trasparenza pubblica, come già sperimentato in alcune competizioni UEFA.
Per i club, episodi del genere diventano materiale di pressione istituzionale: richieste di chiarimenti formali, domande nelle conferenze stampa, richiami ai precedenti. Per i tifosi, invece, il rischio è un ulteriore scollamento: l’idea che il VAR, nato per “togliere alibi”, finisca per crearne di nuovi.
La vera sfida, nel 2026, è trovare un equilibrio credibile: meno interventi punitivi sul dettaglio, ma tolleranza zero sugli errori gravi in area di rigore. Se il contatto su Ricci verrà classificato internamente come “mancato intervento”, potremmo assistere nelle prossime giornate a un lieve cambio di rotta: più richiami al monitor nei big match, soprattutto quando l’impatto è chiaro e la palla non viene toccata in modo pulito.
In questo senso, le parole di Bergonzi non sono solo uno sfogo post-partita: sono un segnale a tutto il sistema arbitrale italiano che, tra tecnologia, protocolli IFAB e pressione mediatica, deve dimostrare di saper usare il VAR come strumento di correzione, non come scudo dietro cui nascondere le decisioni più discusse.
